La vita oltre la vita fisica: Il Bardo seconda parte
di Laura Bendoni
Le immagini della coscienza, Il Karma è la rinascita
Nel nostro primo incontro con il bardo abbiamo osservato come la tradizione buddista tibetana descriva il processo della morte attraverso la progressiva dissoluzione degli elementi, il venir meno dei riferimenti corporei e l’emergere di stati sempre più sottili della mente, fino alla chiara luce.
Abbiamo incontrato anche una parola fondamentale: riconoscimento.
Ma che cosa accade secondo questi insegnamenti quando la chiara luce non viene riconosciuta?
È proprio da questa domanda che riprendiamo il nostro viaggio.
Quando la chiara luce non viene riconosciuta
Nella prospettiva del buddismo tantrico-tibetano la chiara luce rappresenta il livello più sottile della mente che si manifesta al termine del processo di dissoluzione.
Non si tratta semplicemente di una luce da osservare ma di una condizione nella quale diventa possibile riconoscere la natura profonda della mente stessa. Se questo riconoscimento avviene secondo gli insegnamenti può aprirsi la possibilità della liberazione, Se invece non avviene il processo continua.
La coscienza attraversa ulteriori condizioni di esperienza nelle quali possono manifestarsi immagini, percezioni e apparizioni che non appartengono più alla consueta esperienza sensoriale del corpo fisico, È qui che il bardo ci introduce in uno degli aspetti più particolari della tradizione tibetana: Il mondo delle manifestazioni della coscienza.
Le manifestazioni pacifiche e irate
Per comprendere il significato di queste figure dobbiamo evitare di interpretarle automaticamente attraverso categorie occidentali, come quelle del bene e del male degli angeli e dei demoni; Nella tradizione tantrica le manifestazioni irate non rappresentano necessariamente potenze malvagie. Le loro forme intense e terrificanti esprimono aspetti energici e trasformativi della saggezza illuminata.
La loro funzione, nel contesto del bardo, non è semplicemente quella di spaventare ma di offrire un’ulteriore possibilità di riconoscimento. Secondo questi insegnamenti infatti, le manifestazioni incontrate durante il passaggio, non devono essere considerate necessariamente come realtà estranee alla mente; Il defunto viene invitato a riconoscerle come manifestazioni della natura della propria consapevolezza E qui compare un elemento particolarmente significativo: La paura può nascere proprio dal mancato riconoscimento di ciò che appare!
Un’immagine terrificante, se percepita come una minaccia esterna, può generare terrore e rifiuto se invece viene riconosciuta nella sua natura può diventare un’occasione di completezza e consapevolezza.
Il problema dunque non riguarda soltanto ciò che si manifesta ma anche il modo in cui viene percepito.
Il ruolo della mente e dell’attaccamento
Durante la vita fisica siamo abituati a organizzare la nostra esperienza attraverso il corpo, i sensi, la memoria e il pensiero; nel Bardo secondo la prospettiva tibetana questi riferimenti cambiano profondamente… Le apparenze vengono descritte come strettamente collegate alle tendenze della mente e alle impronte lasciate dalle esperienze precedenti; E qui che entra il gioco il concetto di attaccamento.
Nel buddismo l’attaccamento non riguarda soltanto il desiderio di possedere qualcosa o di trattenere una persona accanto a noi, riguarda anche la tendenza ad aggrapparci alle nostre convinzioni, alle emozioni, alle paure e soprattutto all’idea di un’identità personale stabile e separata.
Durante la vita possiamo identificarci profondamente con ciò che pensiamo di essere, con il nostro nome il nostro corpo, la nostra storia, le nostre relazioni… Ma che cosa accade quando questi riferimenti vengono meno? Secondo gli insegnamenti tibetani le abitudini mentali e le tendenze karmiche, possono continuare a condizionare l’esperienza dello stato intermedio; La paura può alimentare il rifiuto, Il desiderio può alimentare l’attrazione, L’attaccamento può mantenere viva la ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi… Ed è proprio per questo che il Bardo non viene presentato soltanto come un percorso successivo alla morte ma anche come una profonda occasione di riconoscimento.
Il Karma: ciò che continua a orientare l’esperienza
A questo punto incontriamo un altro concetto fondamentale il Karma; Spesso questa parola viene interpretata come una forma di premio o punizione quasi esistesse un’autorità incaricata di ricompensare o condannare l’essere umano per ciò che ha compiuto.
Nel buddismo tuttavia, il Karma viene inteso principalmente come il rapporto tra le azioni intenzionali e le conseguenze che esse producono; Le azioni, i pensieri intenzionali e le abitudini coltivate durante la vita contribuiscono a formare tendenze che possono maturare successivamente.
Nella prospettiva della rinascita queste tendenze non cessano necessariamente con la morte del corpo continuano a condizionare il percorso del continuum mentale.
È importante comprendere che secondo questa concezione, non si tratta di un destino immutabile o di una condanna stabilita dall’esterno, Il Karma rappresenta piuttosto una continuità di cause e condizioni.
Ed è proprio questa continuità che, negli insegnamenti tibetani, contribuisce a orientare l’esperienza del Bardo e l’eventuale nuova nascita.
I 7 periodi e i 49 giorni
Nella tradizione buddhista tibetana, il periodo che intercorre tra la morte e una nuova nascita, può essere descritto attraverso una successione di 7 cicli ciascuno della durata massima di 7 giorni per un totale di 49 giorni… Ma perché proprio 7 periodi? Secondo alcuni insegnamenti tibetani la coscienza che attraversa lo stato intermedio, non permane necessariamente nella stessa condizione fino alla rinascita; se al termine di un periodo di 7 giorni non si sono ancora manifestate le condizioni carniche necessarie per una nuova nascita, si verifica quella che viene simbolicamente descritta come una piccola morte… Non si tratta ovviamente della morte di un altro corpo fisico ma della conclusione di una condizione intermedia e dell’inizio di una successiva.
Il processo può ripetersi fino a 7 volte… È questo il significato della successione dei 7, 14, 21, 28, 35, 42 e 49 giorni; non sono 7 destinazioni differenti ma 7 possibili periodi di permanenza nello stato intermedio durante i quali il continuum mentale continua il proprio percorso verso la liberazione o una nuova nascita.
Non significa dunque che ogni essere debba necessariamente attraversare tutti i 49 giorni, secondo questa concezione, il passaggio può concludersi anche prima quando, cioè, maturano le condizioni per la rinascita.
Nel Bardo Thòdol troviamo inoltre una descrizione più particolareggiata delle esperienze che accompagnano questo percorso; Nei primi 7 giorni vengono descritte soprattutto le manifestazioni delle divinità pacifiche, mentre dall’ottavo al quattordicesimo giorno compaiono le manifestazioni irate; forme potenti e impressionanti che non devono essere automaticamente interpretate come presenze malvagie, ma evidentemente considerarle come la rielaborazione di sistemi relativi all’elaborazione alla propria mente, al proprio vissuto.
Questa successione di immagini non va confusa con i 7 cicli settimanali, rappresenta un’altra articolazione degli insegnamenti attraverso i quali, la coscienza viene continuamente richiamata a riconoscere la natura delle apparizioni che incontra. Se il riconoscimento non avviene, il percorso prosegue e acquistano progressivamente importanza le tendenze karmiche, i desideri e gli attaccamenti che possono orientare verso una nuova esistenza.
Si comprende così anche il significato delle pratiche e delle preghiere rivolte ai defunti che nella tradizione tibetana possono essere ripetute ogni 7 giorni fino al quarantanovesimo, per accompagnare e sostenere spiritualmente il percorso della coscienza durante il suo stato di transizione.
Verso una nuova nascita
Se durante il percorso del bardo non si realizza la liberazione secondo la tradizione buddista le condizioni karmiche possono condurre verso una nuova nascita. Qui dobbiamo introdurre una distinzione importante: Il buddismo non descrive generalmente la rinascita come il trasferimento di un’anima individuale, eterna e immutabile da un corpo a un altro, parla piuttosto di una continuità di processi mentali e karmici dove ogni nuova condizione nasce da cause precedenti; Non si tratta quindi di un’identità immutabile che attraversa differenti esistenze ma di una continuità condizionata.
Questa differenza sarà particolarmente importante quando nel corso della nostra ricerca, incontreremo altre tradizioni che parlano di anima, reincarnazione e della sopravvivenza della coscienza, perché affermare che qualcosa continua oltre la morte non significa necessario attribuire a quel qualcosa la stessa natura.
Il riconoscimento: un insegnamento anche per la vita
A questo punto possiamo tornare alla domanda dalla quale eravamo partiti: Che cosa accade quando la chiara luce non viene riconosciuta?
La tradizione tibetana descrive un percorso nel quale la mente può incontrare manifestazioni pacifiche e terrificanti, sperimentare attrazione e paura, attraversare differenti condizioni e infine orientarsi verso una nuova nascita.
Ma dietro queste immagini sembra emergere un insegnamento che riguarda anche l’esistenza presente: Durante la vita quante volte scambiamo le nostre paure per realtà assolute? Quante volte ci identifichiamo con un’emozione, un pensiero o un’immagine di noi stessi, senza riuscire ad osservare ciò che stiamo vivendo?
Forse il tema del riconoscimento può essere considerato anche da questa prospettiva; non soltanto come preparazione a un eventuale passaggio oltre la morte fisica, ma come possibilità di sviluppare maggiore consapevolezza durante la vita fisica.
Il nostro viaggio ci è così condotti dalla Gnosi con il suo richiamo all’oblio e al risveglio, fino al Bardo con il suo insegnamento sul riconoscimento e sulla natura delle apparenze.
Sono tradizioni differenti nate in contesti culturali e spirituali diversi e non dobbiamo necessariamente considerarle descrizioni equivalenti della stessa realtà, possiamo però osservare che entrambe ci invitano ad interrogarci su ciò che siamo e su ciò che crediamo di conoscere.
Rimane allora una domanda: “Se la coscienza può incontrare immagini luci e manifestazioni che non riconosce come possiamo distinguere ciò che appare da ciò che realmente è?”
È una domanda che ci accompagnerà nel prossimo capitolo, quando entreremo in un argomento particolarmente discusso nelle testimonianze contemporanee e nelle nuove interpretazioni spirituali: il tunnel e la luce
